February 22nd, 2009

Una pioggerella sottile bagna il lastricato di pietre all’ingresso della clinica. Stando alle previsioni dei meteorologi è probabile che durante la notte la pioggia si trasformi in neve. Ho fretta di tornare a casa. Ho le gambe gonfie e le ginocchia mi si flettono per la stanchezza. Giusto il tempo di effettuare le consegne alle colleghe del turno di notte poi fuggirò via. Ho bisogno di riprendere fiato, di uscire da questo luogo di sofferenza e respirare aria pura. Domani all’alba sarò di nuovo qui per ricominciare un nuovo turno di lavoro ed ho assoluto bisogno di riposo.

Esco dal parcheggio dell’ospedale e mi ritrovo a guidare l’Opel Corsa sulla Via Emilia. Prima d’andarmene a letto decido di fermarmi al Rococò. La paninoteca si trova sulla strada di casa. A tutti i costi devo mettere sotto i denti qualcosa. Un sandwich o un trancio di pizza potrebbero saziare il vuoto che ho allo stomaco.

Parcheggio l’auto ad una certa distanza dal locale. L’aria fresca della notte mi desta dallo stato soporoso in cui sono precipitata. Alzo il bavero della pelliccia e l’avvicino al viso per ripararmi dal gelo.
Quando metto piede nel locale mi ritrovo in un luogo caldo e colmo di gente. Mi guardo attorno ma non scorgo un solo tavolo libero. Raggiungo il bancone delle bevande e mi metto a sedere su uno dei seggiolini a trampolo che lo circondano. Sbottono la pelliccia e accavallo le gambe. Appoggio la borsetta sul ripiano di marmi glia, accendo una Marlboro e mi guardo attorno.
- Ciao Erika. Come va?
La voce confidenziale di Pasquale giunge da dietro il banco e mi riporta alla realtà.
- Sono stanca morta.
- Dai retta a Pasquale quello che ti ci vuole è…
Non termina la frase, ma è lesto a spianarmi un sorriso allusivo.
- Dai non fare il cretino.
- Come posso esserti utile?
- Preparami un panino con prosciutto e da bere una birra scura doppio malto.
- A te servirei dell’altro, lo sai.
- Oh, Pasquà… adesso basta è!
- Ma dai, lo sai che scherzo.
- Sì, lo so, ma questa non è serata.
Pronuncio la frase accompagnandola con un sorriso. Pasquale si avvicina all’affettatrice e inizia a tagliare alcune fette di prosciutto, poi ritorna verso di me porgendomi su di un piatto del pan carrè farcito di prosciutto e insalata. Lo posa sul banco insieme a un boccale di birra, dopodiché si allontana per esaudire le richieste di un altro cliente.
Mancano pochi minuti alle undici. Ancora una volta mi ritrovo a cenare in un locale pieno di gente, ciononostante mi sento terribilmente sola. Da più di un mese faccio finta di godere quando mi adopero a fare sesso con un uomo sposato che non amo più. Stiamo insieme per abitudine, senza alcuna prospettiva. Sono assuefatta alla sua presenza nella mia vita, ma incapace di prendere una qualsiasi decisione che possa mettere la parola fine alla situazione in cui sono andata a cacciarmi. Eppure quando l’ho conosciuto, circa un anno fa, ero pazza di lui, disposta a fare qualsiasi cosa, persino ad andare all’inferno se me lo avesse chiesto.
Da un po’ di tempo lo tradisco con chi mi capita, vendicandomi delle sue mancate promesse e del suo crescente disinteresse verso di me. Appago il piacere sessuale che mi nega scopando con altri uomini, senza provare alcun senso di colpa. Lui sembra non accorgersi che lo tradisco, oppure fa solo finta di non saperlo, accontentandosi di scoparmi quando ne ha voglia.
Mi considero una donna incapace d’amare. Stare con un uomo per lungo tempo mi annoia. Ho necessità di sentirmi libera, di non avere legami. Questa è la ragione per cui le relazioni che intraprendo vanno a finire tutte nello stesso modo. Tradisco il mio compagno perché ho bisogno d’appagare l’ansia che mi porto addosso. Ecco perché!
Instaurare una relazione sentimentale seria e onesta, avere una famiglia con dei figli è il mio sogno nascosto, ma ogni volta che il progetto sta per realizzarsi fuggo via. E’ più forte di me.

Polverizzo il sandwich in pochi minuti, poi mangiucchio un trancio di pizza alle acciughe crucciandomi di non avere a portata di mano una fetta di torta di cioccolata come quella che sono solita gustare ogni volta che vengo qua.
La coppa di vetro trasparente situata sul banco, quella che contiene paste, krapfen e fette di torta, è vuota. Non c’è rimasta neanche una briciola. Tengo le spalle alla gente che sta alle mie spalle infastidita dal chiasso e dalle risa che echeggiano nel locale. Non vedo l’ora di andarmene a casa. Decido di fuggire in bagno per sciacquarmi le mani e rinfrescarmi il viso. Afferro la borsetta e attraverso il locale per raggiungere la toilette. Lo spazio fra una sedia e l’altra è ristretto. Nel mio avanzare struscio di continuo la pelliccia sui bordi delle sedie e procedo verso il bagno con difficoltà. Quando sto per giungere a destinazione una mano mi tasta il sedere. Colta di sorpresa non reagisco all’oltraggio, raggiungo l’estremità della sala e solo allora mi giro. Fisso con lo sguardo il punto preciso in cui sono stata fatta segno di attenzione. Le sedie da entrambi i lati sono occupate da ragazze affaccendate a chiacchierare e assaggiare tranci di pizza. L’unico maschio nei dintorni è un tipo moro, sulla trentina d’anni, intento a chiacchierare con una coetanea. Mi affretto ad entrare nella toilette. L’uomo distoglie l’attenzione dall’amica e guarda nella mia direzione.
Varco la porta e quando sono nel vestibolo mi avvicino a uno dei due lavabi incastonati alla parete dell’antibagno. Apro il rubinetto dell’acqua calda e premo il pulsante che comanda la fuoriuscita di sapone liquido dal recipiente affisso al muro. Raccolgo il fluido filamentoso nel palmo di una mano e inizio a insaponarle, poi sollevo gli occhi tenendoli fissi sullo specchio che mi sta di fronte.
Ho il viso stanco, alcune increspature solcano gli occhi e mi fanno apparire più vecchia delle mie trentadue primavere. Qualcuno apre la porta d’ingresso e avanza nella mia direzione. Un uomo, lo stesso che poc’anzi ho intravisto seduto ai tavoli, attraversa lo spazio alle mie spalle strusciandomi con il cazzo il culo. Lo fa in maniera impudica ruotando il bacino alla mia sottana.
Incrocio il suo sguardo nella specchiera, ma sono incapace di una qualsiasi reazione. Ha un ghigno beffardo e lo esibisce compiaciuto, passa oltre accomodandosi al lavabo accanto al mio, poi inizia a sciacquarsi le mani. Il cuore mi martella come un compressore e sembra volermi uscire dal petto. Anche il respiro mi si è fatto affannoso. Continuo a strofinare le mani come un automa. L’unico rumore che avverto è il getto d’acqua che scende dai rubinetti.
L’uomo si asciuga le mani e riattraversa lo spazio che sta alle mie spalle per tornare nella sala. Ancora una volta percepisco il gonfiore del cazzo che rasenta le mie natiche. Stavolta l’uomo non si allontana, resta col cazzo a contatto del mio corpo. I nostri volti sono riflessi nel vetro della specchiera affiancati uno all’altro. Ci guardiamo, indifferenti, senza che nessuno dei due pronunci una sola parola. Lui stende le mani in avanti circondandomi il petto, afferrandomi entrambe le tette.
Il contatto delle dita mi eccita. Ho i seni gonfi, i capezzoli turgidi e non so ribellarmi al contatto delle sue mani. Per nulla imbarazzato strofina le dita sulla camicetta e inizia a sbaciucchiarmi il collo da dietro provocandomi dei brividi che mi attraversano lo scheletro da capo a piedi. Ho la fica bagnata e godo di un intenso piacere. Dalle labbra, che tengo socchiuse, sprigiono dei suoni soffocati e continui che servono a deliziare le orecchie del mio sconosciuto partner. La sua azione prende maggiore vigore e ricomincia a strusciarmi il cazzo sul culo. Tutt’a un tratto l’uomo si allontana e va a chiudere la porta d’ingresso col chiavistello.

Mi sfila la pelliccia che ho addosso e la lascia cadere sul pavimento. Mi solleva la gonna stirandola sopra i miei fianchi e con l’altra mano mi abbassa le mutandine. Lo lascio fare, incapace di una qualsiasi reazione, compiaciuta d’indossare delle calze autoreggenti che dal suo punto di osservazione devono apparirgli molto seducenti. Mi pone una mano sul capo e mi fa flettere il busto in avanti e alzare il bacino. Afferro i bordi del lavabo con entrambe le mani e opero una presa sicura sulla superficie di maiolica in modo da assicurami un buon appoggio. L’improvvisato partner pigia col palmo della mano il bottone che comanda la fuoriuscita di sapone liquido dal contenitore affisso alla parete, riempie le dita di liquido e lo depone sull’orifizio del mio culo incuneandosi con un dito all’interno. La cosa mi coglie di sorpresa, ma non mi ribello. Lo lascio fare.

Quando accosta la cappella all’apertura del mio culetto spingo con forza i muscoli dello sfintere dilatandoli più che posso, come quando sto per andare di corpo. Il cazzo risale nell’intestino. Ho un sussulto e mi lascio sfuggire un lamento di dolore. Dopo che l’uomo ha fatto irruzione nel mio corpo si ritrae e mi penetra di nuovo fermandosi con la cappella appena oltre l’orifizio. Si ritrae di nuovo e ripete la manovra più volte soddisfatto del piacere che riceve dalla penetrazione che peraltro mi trova piacevolmente consenziente.

Stremata, col culo che brucia, inizio a gemere per il piacere che sto provando. Le mani dell’uomo cingono con maggiore vigore i miei fianchi mentre sospinge il cazzo in profondità, fino alla radice, e lo ritrae. Lascio che sia lui a muoversi. Il culo ha smesso di farmi male e non vedo l’ora che sborri dentro di me.
L’uomo inizia ad ansimare. Attira con forza il mio bacino verso di sé accompagnando la sborrata con un grugnito di piacere. China, col viso sprofondato nel lavabo, non riesco a vedere la faccia del mio compagno di giochi. Quando si ritrae serro lo sfintere e trattengo lo sperma nelle cavità del mio corpo. Alzo il capo e mi guardo allo specchio. Ho il viso stravolto, i capelli scompigliati e sono tutta sudata. Dall’immagine riflessa nello specchio mi accorgo che l’uomo sta aggiustandosi la patta dei pantaloni. Faccio risalire le mutandine e abbasso la gonna. Raccolgo la pelliccia e l’infilo sulle spalle.

Prima di fuggire mi soffermo ad eseguire un breve maquillage del viso. Lui mi saluta con un bacio sul collo e mi dice “Arrivederci”, poi si avvicina all’uscita. Leva il chiavistello alla porta e torna in sala. Lascio trascorrere meno di un minuto e abbandono la toilette.

La sala é rumorosa. Mi faccio largo fra le sedie per raggiungere il bancone che sta in prossimità dell’uscita del locale. Il mio compagno di giochi se ne sta seduto a un tavolo e cinge col braccio la spalla di una ragazza bionda dai capelli lunghi e lisci. Gli passo accanto ignorandolo, lui fa lo stesso con me. Raggiungo il bancone. Alla cassa pago il conto e saluto Pasquale.
Fiocchi di neve si fanno largo nel cielo e mi danno il benvenuto quando esco dal locale. Alzo il bavero della pelliccia e l’accosto al collo per trovare un poco di calore. Raggiungo l’automobile e mi ci ficco dentro. La mia abitazione dista poche centinaia di metri, poco dopo sono sotto le coperte e mi addormento.

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